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Fede e cultura secondo don Giussani
   
Discorso di Giovanni Paolo II all'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione,
La Scienza e la Cultura
   
Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza
(del cardinale Joseph Ratzinger)

 

 

Fede e cultura secondo don Giussani

La prima domanda è questa: don Giussani – che strano paradosso – ho letto nei giorni scorsi un suo testo recente, dove lei nega che la fede sia una cultura, e adesso è qui a ricevere il premio della cultura cattolica...

Noi diciamo che la fede cattolica non è cultura nel senso che essa non si presenta al mondo come proposta di una cultura nuova. L'oggetto della fede «avviene», è cioè un avvenimento. Tanto che san Giovanni dice: «Chi non riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne è anticristo». Si tratta di un fatto, di un avvenimento totalizzante.

Perché se è vero che quell'uomo è Dio fatto figlio di una donna – che percorreva le strade del mondo come le percorriamo noi, anzi, ha osato dire: «Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » –, si tratta di un avvenimento totalizzante, «cattolico », per natura sua. «Cattolico» vuol dire «secondo la totalità».Questo avvenimento, infatti, investe l'uomo qua talis: che Egli sia presente tra noi mi investe come uomo così come sono, secondo la totalità dei fattori della mia personalità e secondo tutte le sue espressioni. Fede è riconoscere, quindi, una presenza.

Fede è riconoscere una presenza, la presenza in un uomo di qualcosa di più grande: è una partecipazione al Mistero che tutti per una grazia possono percepire, riconoscere, al di là del volto delle cose, del volto effimero delle cose. Omnia in ipso constant, diceva san Paolo, «Tutto consiste in Lui»: in Lui, figlio di una ragazza di quindici o diciassette anni. San Tommaso ha in proposito un'immagine abbastanza semplificante: «Se tutto lo scibile fosse scritto in un libro – egli dice –, io tralascerei la lettura di tutti gli altri libri e leggerei quel libro. Liber autem est Christus, questo libro è Cristo».

In che senso, allora, si dice che la fede diventa cultura, se questo libro è Cristo?

Mi sovviene un'altra frase di san Paolo: «Egli – Cristo – è morto per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e resuscitato per loro». Questa frase, per noi, è come l'insinuazione di una vera definizione di cultura: per chi l'uomo viva. Tutto è riconducibile a questa domanda: per chi l'uomo viva. Se l'uomo vive per se stesso, il punto di vista dell'orizzonte culturale è identificato da una autonomia, reale o illusoria che sia. È illusoria quando, esistenzialmente, il vivere per sé significa essere schiavi del potere di fatto, ultimamente dello Stato. Se, invece, un uomo vive per quella Presenza grande, ultima e massimamente vicina – la presenza di Cristo –, al suo sguardo umano il mondo diventa più vasto e, nello stesso tempo, più minuziosamente imponente, come lo era sotto gli occhi di Cristo, che guardava lontano, verso l'orizzonte di tutti i campi, e segnava il piccolo fiore di campo che aveva ai suoi piedi.

Le cose, quindi, diventano più vere, cioè (e questo «cioè» è molto importante nelle nostre conversazioni) più corrispondenti alle esigenze profonde dell'uomo stesso, alle esigenze profonde di quello che Dio ha creato come uomo, a quelle esigenze profonde dell'uomo che la Bibbia chiama, con un termine molto bello, «cuore». A questa corrispondenza, che fa vera una cosa in quanto la pone come risposta alle esigenze più profonde dell'io, ci sembra accennare la famosa frase di san Tommaso, che definiva la verità come adaequatio rei et intellectus: corrispondenza, diciamo noi, del reale che viene incontro alla coscienza di sé che l'uomo ha. Così s'avvera la promessa evangelica del «centuplo quaggiù». «Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù.» (...)

Ma, stringendo, in che senso la fede diventa cultura, allora?

La fede, mi pare, è sorgente di cultura proprio in quanto diventa principio di una percezione, di una conoscenza nuova del mondo, della realtà: come origine, come dinamismo, che ne costituisce l'effimero esistere, e come scopo. Questa nuova percezione della vita come tale, della realtà che mi tocca e in cui mi imbatto come tale, è descritta di nuovo da san Paolo: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri».Questa fede che diventa cultura, dunque, è come un investimento nuovo del mondo che porta più bellezza e più utilità, più precisa utilità, a tutto. In questo senso, la fede è suggerimento anche, evidentemente, di una prassi nuova sulla realtà (spazio, tempo e uomo), di un nuovo significato vissuto di uomo. C'è una frase di Romano Guardini che illustra bene, come esempio e come simbolo, quello che io vorrei dire: «Nell'esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». Se una ragazza ama un ragazzo, tutto ciò che accade a quest'ultimo, l'andare a militare, il tornare da militare, il trovare lavoro, una fatica fatta sul lavoro, se è pallido, se sta bene, se non sta bene, se va lontano perché i suoi si spostano di casa, tutto rientra: nell'esperienza di un grande amore tutto rientra, come avvenimento, nel suo ambito. Ma quale più grande amore può avere l'uomo se non quello che ha di fronte alla presenza di Cristo, questo uomo che ha detto: «Io e il Padre siamo una cosa sola», «Senza di me non potete fare niente»? Quella sera, durante l'ultima cena, al lume fioco delle fiaccole, erano là, con la testa bassa, chissà, o attenti, con gli occhi fissi su di Lui, a sentire quel loro amico dire: «Senza di me non potete fare niente». Comunque, nell'esperienza di un simile rapporto, tutto quello che accade diventa un avvenimento nel suo ambito: vivere e morire, vegliare e dormire, mangiare e bere, come dice san Paolo.

Questa è la cultura cattolica. Ma dove va a finire la criticità in questa presa di coscienza del reale?

Lo sguardo alla realtà con negli occhi la Sua presenza esalta l'esperienza della corrispondenza, rende più capaci di percepire la corrispondenza dell'oggetto considerato col proprio cuore, al proprio cuore. Se si guardano le cose dal di dentro del rapporto con quell'Uomo, si vedono di più, si capisce di più se sono d'accordo con quello che il nostro io aspetta, con quello che il nostro cuore esige, oppure no. Già nel primo anno di insegnamento a scuola, tutti ripetevano la definizione di critica, che noi prelevavamo, così com'era, da san Paolo: Panta dokimazete, to kalon katechete, vagliate ogni cosa e trattenete – letteralmente – il «bello».Ma il «bello» è lo splendore del «vero»: trattenete, quindi, il vero, cioè trattenete quello che corrisponde al vostro cuore. E definizione di critica più bella di questa non ho ancora trovato. (...)

Lei ha detto: la fede genera una cultura, una cultura nuova. Adesso ha introdotto il termine «ragione». Ecco, la fede in che rapporto sta, allora, con la razionalità?

La fede compie, salva la ragione. La compie, perché la ragione aspira a qualcosa che non riesce ad afferrare, a spiegarsi. La fede salva la razionalità, che ne è come la grande premessa. La razionalità è una premessa alla fede, è come il campo immediato in cui entra in tensione l'avvenimento di Cristo.La razionalità, infatti, noi l'abbiamo sempre definita come quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di sé; ma prende coscienza di sé secondo la totalità dei suoi fattori. Ora, fattore della realtà è anche quel «punto» che noi chiamiamo «di fuga», quel «punto di fuga», quel punto in cui la realtà diventa segno di altro e per cui la conoscenza di qualsiasi cosa segnala l'insopprimibile esigenza di qualcosa d'altro oltre i fattori razionalmente enucleabili e dimostrabili. La ratio, la ragione, non decifra il Mistero, ma rivela il segno della Sua presenza in ogni esperienza umana. «Sotto l'azzurro fitto/ del cielo qualche uccello di mare se ne va;/ né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:/ “più in là!”», diceva Montale in una poesia che i nostri ragazzi hanno spesso studiato.

Il grande poeta norvegese Pär Lagerkvist sinteticamente esprime una percezione del mondo che contiene un estraneo grido; c'è un grido dentro le cose, e non c'è nessuno che oda questo grido: «...Non c'è nessuno che ode la voce/ risonante nelle tenebre; ma perché la voce esiste?». È incomprensibile, inspiegabile; ma «perché la voce esiste? ». Nessuno riesce a udirla e a decifrarla. Perché esiste? È al di là delle nostre capacità. Ognuno di noi, in ogni sua esperienza cosciente, autocosciente, ne percepisce la presenza, come «punto di fuga » di ogni perimetro di propria esperienza. Perciò la fede, asseverando la presenza di questo Mistero attivo tra gli elementi decifrabili dalla ragione, completa la razionalità dello sguardo, intesa come singola esperienza o concezione del tutto. top ^

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALL'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
PER L'EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO)

Parigi
Lunedì 2 giugno 1980

Signor presidente della conferenza generale,
signor presidente del consiglio esecutivo,
signor direttore generale, signore, signori.

1. Desidero anzitutto esprimere i miei ringraziamenti molto cordiali per l'invito che il signor Amadou Mahtar-M'Bow, direttore generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura mi ha indirizzato a più riprese e fin dalla prima visita che egli mi ha reso l'onore di farmi. Numerose sono le ragioni per le quali io sono felice di poter rispondere oggi a questo invito che ho, fin dal primo momento, altamente apprezzato. Per le amabili parole di benvenuto che essi hanno appena pronunciato a mio riguardo, ringrazio il signor Napoléon Leblanc, presidente della conferenza generale, il signor Chams Eldine El-Wakil, presidente del consiglio esecutivo, e il signor Amadou Mahtar-M'Bow, direttore generale dell'organizzazione. Voglio salutare anche tutti coloro che sono qui riuniti per la 109° sessione del consiglio esecutivo dell'Unesco. Non potrei nascondere la mia gioia nel vedere riuniti in questa occasione tanti delegati delle nazioni del mondo intero, tante personalità eminenti, tanti specialisti, tanti illustri rappresentanti del mondo della cultura e della scienza. Con il mio intervento cercherò di portare la mia modesta pietra all'edificio che voi costruite con assiduità e perseveranza, signore e signori, mediante le vostre riflessioni e decisioni in tutti gli ambiti che sono di competenza dell'Unesco.

2. Che mi sia permesso di cominciare riferendomi alle origini della vostra organizzazione. Gli avvenimenti che hanno segnato la fondazione dell'Unesco mi ispirano gioia e gratitudine verso la provvidenza: la firma della sua costituzione il 16 novembre 1945; l'entrata in vigore di questa costituzione e la fondazione dell'organizzazione il 4 novembre 1946; l'accordo fra l'Unesco e l'Organizzazione delle Nazioni Unite approvato dall'assemblea generale dell'Onu nello stesso anno.

La vostra organizzazione è, di fatto, l'opera delle nazioni che furono, dopo la fine della terribile seconda guerra mondiale, spinte da ciò che si potrebbe chiamare un desiderio spontaneo di pace, d'unione e di riconciliazione. Queste nazioni cercarono i mezzi e le forme d'una collaborazione capace di stabilire. d'approfondire e di assicurare, in maniera durevole, questa nuova intesa.

L'Unesco è dunque nata, come l'Organizzazione delle Nazioni Unite, perché i popoli sapessero che alla base delle grandi imprese destinate a servire la pace e il progresso dell'umanità sull'insieme del globo, c'era la necessità dell'unione delle nazioni, del rispetto reciproco e della comprensione internazionale.

3. Continuando l'azione, il pensiero e il messaggio del mio grande predecessore, il Papa Paolo VI, io ho avuto l'onore di prendere la parola davanti all'assemblea generale delle Nazioni Unite, nel mese d'ottobre scorso, su invito del signor Kurt Waldheim, segretario dell'Onu. Poco dopo, il 12 novembre 1979, sono stato invitato dal signor Edouard Saouma, direttore generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura a Roma. In quelle circostanze mi è stato permesso di trattare questioni profondamente legate all'insieme dei problemi che si riferiscono all'avvenire pacifico dell'uomo sulla terra. Di fatto, tutti questi problemi sono intimamente legati. Noi ci troviamo in presenza, per così dire, d'un vasto sistema di vasi comunicanti; i problemi della cultura, della scienza e dell'educazione non si presentano, nella vita delle nazioni e nelle relazioni internazionali, in maniera indipendente dagli altri problemi dell'esistenza umana, come quelli della pace e della fame. I problemi della cultura sono condizionati dalle altre dimensioni dell'esistenza umana come, a loro volta, questi li condizionano.

4. Vi è anche - ed io l'ho sottolineato nel mio discorso all'Onu, riferendomi alla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - una dimensione fondamentale, che è capace di sconvolgere nelle loro fondamenta i sistemi che strutturano l'insieme del l'umanità e di liberare l'esistenza umana, individuale e collettiva, dalle minacce che pesano su di lei. Questa dimensione fondamentale è l'uomo, l'uomo nella sua integrità, l'uomo che vive nel medesimo tempo nella sfera dei valori materiali e in quella dei valori spirituali. Il rispetto dei diritti inalienabili della persona umana è alla base di tutto (cfr. Ioannis Pauli PP. II «Allocutio ad Nationum Unitarum Legatos», 7 et 13, die 2 oct. 1979: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II,2 [1979] 525-526 et 531-532). Ogni minaccia contro i diritti dell'uomo, che sia nel quadro dei suoi beni spirituali o in quello dei suoi beni materiali, fa violenza a questa dimensione fondamentale. Per questo, nel mio discorso alla Fao, ho sottolineato che nessun uomo, nessun paese e nessun sistema del mondo possono restare indifferenti dinanzi alla «geografia della fame» e le minacce gigantesche che ne seguiranno se tutto l'orientamento della politica economica, ed in particolare la gerarchia degli investimenti, non cambieranno in modo essenziale e radicale. Per questo anche insisto, riferendomi alle origini della vostra organizzazione, sulla necessità di mobilitare tutte le forze che orientano la dimensione spirituale dell'esistenza umana, che testimoniano del primato dello spirituale nell'uomo - di ciò che corrisponde alla dignità della sua intelligenza, della sua volontà e del suo cuore - per non soccombere di nuovo alla mostruosa alienazione del male collettivo che è sempre pronto ad utilizzare le risorse materiali nella lotta sterminatrice degli uomini contro gli uomini, delle nazioni contro le nazioni.

5. All'origine dell'Unesco, come anche alla base della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo si trovano dunque questi primi nobili impulsi della coscienza umana, dell'intelligenza e della volontà. Io mi richiamo a questa origine, a questo inizio, a queste premesse e a questi primi principi. E in loro nome che vengo oggi a Parigi, nella sede della vostra organizzazione, con una preghiera: che al termine d'una tappa di più di trent'anni delle vostre attività, voi vogliate unirvi ancora di più attorno a questi ideali e principi che ci furono all'inizio. E in loro nome anche che mi permetterò ora di proporvi alcune considerazioni veramente fondamentali perché è solamente alla loro luce che risplende pienamente il significato di questa istituzione che ha per nome Unesco, Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la Scienza e la Cultura.

6. «Genus humanum arte et ratione vivit» (cfr. S.Thomae «In Aristotelis "Post. Analyt."», 1). Queste parole di uno dei più grandi geni del cristianesimo, che fu nello stesso tempo un continuatore fecondo del pensiero antico, portano al di là del cerchio e del significato contemporaneo della cultura occidentale sia mediterranea che atlantica. Esse hanno un significato che si applica all'insieme dell'umanità in cui si incontrano le diverse tradizioni che costituiscono la sua eredità spirituale e le diverse epoche della sua cultura. Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d'Aquino, nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale. L'uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura. La vita umana è cultura nel senso anche che l'uomo si distingue e si differenzia attraverso essa da tutto ciò che esiste per altra parte nel mondo visibile: l'uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell'«esistere» e dell'«essere» dell'uomo. L'uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell'esistenza umana. Nell'unità della cultura, come modo proprio dell'esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l'uomo vive. In questa pluralità, L'uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l'unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere.

7. L'uomo che, nel mondo visibile, è l'unico soggetto ontico della cultura, è anche il suo unico oggetto e il suo termine. La cultura è ciò per cui l'uomo in quanto uomo diventa più uomo, «è» di più, accede di più all'«essere». E' qui anche che si fonda la distinzione capitale fra ciò che l'uomo è e ciò che egli ha, fra l'essere e l'avere. La cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria a ciò che è l'uomo, mentre la sua relazione a ciò che egli ha, al suo «avere», è non soltanto secondaria, ma del tutto relativa. Tutto l'«avere» dell'uomo non è importante per la cultura, non è un fattore creatore della cultura se non nella misura in cui l'uomo, con la mediazione del suo «avere», può nello stesso tempo «essere» più pienamente come uomo in tutte le dimensioni della sua esistenza, in tutto ciò che caratterizza la sua umanità. L'esperienza delle diverse epoche, senza escludere la presente, dimostra che si pensa alla cultura e che se ne parla anzitutto in relazione alla natura dell'uomo e solo in modo secondario e indiretto in relazione al mondo delle sue produzioni. Questo non toglie nulla al fatto che noi giudichiamo il fenomeno della cultura a partire da ciò che l'uomo produce o che noi traiamo da questo nello stesso tempo delle conclusioni sull'uomo. Tale approccio - modo tipico di processo di conoscenza «a posteriori» - contiene in sé la possibilista di risalire, in senso opposto, verso le dipendenze ontico-causali. L'uomo, e solo l'uomo, è «autore» o «artefice» della cultura; l'uomo, e solo l'uomo, si esprime in essa ed in essa trova il suo proprio equilibrio.

8. Noi tutti qui presenti ci incontriamo sul terreno della cultura, realtà fondamentale che ci unisce e che è alla base dell'istituzione e delle finalità dell'Unesco. Ci incontriamo per lo stesso fatto intorno all'uomo e in un certo senso, in lui, nell'uomo. Quest'uomo che si esprime e si oggettivizza nella e mediante la cultura, è unico, completo e indivisibile. Egli è allo stesso tempo soggetto e artefice della cultura. Non lo si può quindi considerare unicamente come la risultante di tutte le condizioni concrete della sua esistenza, come la risultante - per non citare che un esempio - delle relazioni di produzione che prevalgono ad un'epoca determinata. Questo criterio delle relazioni di produzione non sarebbe allora in nessun modo una chiave per la comprensione della storicità dell'uomo, per la comprensione della sua cultura e delle molteplici forme del suo sviluppo? Certo, questo criterio costituisce bene una chiave, ed anche una chiave preziosa, ma non è la chiave fondamentale, costitutiva. Le culture umane riflettono, non c'è dubbio, i diversi sistemi delle relazioni della produzione; tuttavia non è questo o quel sistema che è all'origine della cultura, ma è l'uomo, L'uomo che vive nel sistema, che l'accetta o che cerca di cambiarlo. Non si può pensare una cultura senza soggettività umana e senza causalità umana; ma nell'ambito culturale, l'uomo è sempre il fatto primario: l'uomo è il fatto primordiale e fondamentale della cultura. E questo l'uomo lo è sempre nella sua totalità: nell'insieme integrale della sua soggettività spirituale e materiale. Se la distinzione fra cultura spirituale e cultura materiale è giusta in funzione del carattere e del contenuto dei prodotti nei quali la cultura si manifesta, bisogna constatare nello stesso tempo che, da una parte, le opere della cultura materiale fanno apparire sempre una «spiritualizzazione» della materia, una sottomissione dell'elemento materiale alle forze spirituali dell'uomo, vale a dire, alla sua intelligenza e alla sua volontà, e che, d'altra parte, le opere della cultura spirituale manifestano, in una maniera specifica, una «materializzazione» dello spirito, una incarnazione di ciò che è spirituale. Nelle opere culturali, questa duplice caratteristica sembra essere ugualmente primordiale ed ugualmente permanente. Ecco dunque, a guisa di conclusione teorica, una base sufficiente per comprendere la cultura attraverso l'uomo integrale, attraverso tutta la realtà della sua soggettività. Ecco anche - nell'ambito dell'agire - la base sufficiente per cercare sempre nella cultura l'uomo integrale, l'uomo tutto intero, in tutta la verità della sua soggettività spirituale e corporale; la base che è sufficiente per non sovrapporre alla cultura - sistema autenticamente umano, sintesi splendida dello spirito e del corpo - delle divisioni e delle opposizioni preconcette. Di fatto, che si tratti di una assolutizzazione della materia nella struttura del soggetto umano, o, inversamente, di una assolutizzazione dello spirito in questa stessa struttura, né l'una né l'altra esprimono la verità dell'uomo e non servono la sua cultura.

9. Vorrei fermarmi qui ad un'altra considerazione essenziale, ad una realtà di un ordine ben diverso. Possiamo accostarla notando il fatto che la santa Sede è rappresentata all'Unesco dal suo osservatore permanente, la cui presenza si situa nella prospettiva della natura stessa della sede apostolica. Questa presenza è, in un modo più ampio ancora, in consonanza con la natura e la missione della Chiesa cattolica e, indirettamente, con quella di tutto il cristianesimo. Colgo l'occasione che mi è offerta oggi per esprimere una convinzione personale profonda. La presenza della sede apostolica presso la vostra organizzazione - benché motivata dalla sovranità specifica della santa Sede - trova soprattutto la sua ragion d'essere nel legame organico e costitutivo che esiste fra la religione in generale e il cristianesimo in particolare da una parte, e la cultura dall'altra. Questa relazione si estende alle molteplici realtà che bisogna definire come espressioni concrete della cultura nelle diverse epoche della storia e in tutti i punti del globo. Non sarà certo esagerato affermare in particolare che, attraverso una moltitudine di fatti, l'Europa tutta intera - dall'Atlantico agli Urali - testimonia, nella storia di ogni nazione come in quella della comunità intera, il legame fra la cultura e il cristianesimo. Ricordando questo, non voglio in alcun modo diminuire l'eredità degli altri continenti, né la specificità e il valore di quella stessa eredità che deriva da altre fonti di ispirazione religiosa, umana ed etica. Ben di più, a tutte le culture dell'insieme della famiglia umana, dalle più antiche a quelle che ci sono contemporanee, desidero rendere l'omaggio più profondo e sincero. E' pensando a tutte le culture che voglio dire ad alta voce qui, a Parigi, nella sede dell'Unesco, con rispetto e ammirazione. «Ecco l'uomo!». Voglio proclamare la mia ammirazione davanti alla ricchezza creatrice dello spirito umano, davanti ai suoi sforzi incessanti per conoscere e per affermare l'identità dell'uomo: di quest'uomo che è sempre presente in tutte le forme particolari di cultura.

10. Parlando invece del posto della Chiesa e della sede apostolica presso la vostra organizzazione, non penso soltanto a tutte le opere della cultura nelle quali, nel corso dei due ultimi millenni, si è espresso l'uomo che ha accettato Cristo e il Vangelo, né alle istituzioni di diverse specie che sono nate dalla stessa ispirazione nell'ambito dell'educazione, dell'istruzione, della beneficenza, dell'assistenza sociale e in tanti altri. Penso soprattutto, signore e signori, al legame fondamentale del Vangelo, ossia del messaggio di Cristo e della Chiesa, con l'uomo nella sua stessa umanità. Questo legame è in effetti creatore della cultura nel suo fondamento stesso. Per creare la cultura, bisogna considerare, fino alle sue ultime conseguenze e integralmente, l'uomo come un valore particolare e autonomo, come il soggetto portatore della trascendenza della persona. Bisogna affermare l'uomo per se stesso e non per qualche altro motivo o ragione: unicamente per se stesso! Ancor più, bisogna amare l'uomo perché è uomo, bisogna rivendicare l'amore per l'uomo in ragione della dignità particolare che egli possiede. L'insieme delle affermazioni concernenti l'uomo appartiene alla sostanza stessa del messaggio di Cristo e della missione della Chiesa, malgrado tutto ciò che gli spiriti critici hanno potuto dichiarare in materia, e tutto ciò che hanno potuto fare le diverse correnti opposte alla religione in generale e al cristianesimo in particolare. Nel cuore della storia, noi siamo già stati più di una volta e siamo ancora i testimoni d'un processo, d'un fenomeno molto significativo. Là dove sono state soppresse le istituzioni religiose, dove le idee e le opere nate dall'ispirazione religiosa e, in particolare, dalla ispirazione cristiana, sono state private del loro diritto di cittadinanza, gli uomini ritrovano di nuovo questi stessi dati, fuori dalle strade istituzionali, col confronto che si opera, nella verità e nello sforzo interiore, fra ciò che costituisce la loro umanità e ciò che è contenuto nel messaggio cristiano. Signore e signori, mi vorrete perdonare questa affermazione. Proponendola, non ho voluto offendere assolutamente nessuno. Vi prego di comprendere che, in nome di ciò che sono, non potevo astenermi di dare questa testimonianza. Essa porta anche in sé quella verità - che non può essere passata sotto silenzio - sulla cultura, se si cerca in essa tutto ciò che è umano, ciò in cui l'uomo si esprime o mediante il quale vuol essere il soggetto della propria esistenza. Parlandone, volevo nello stesso tempo manifestare ancor più la mia gratitudine per i legami che uniscono l'Unesco alla sede apostolica, legami di cui la mia presenza oggi vuol essere una espressione particolare.

11. Da tutto questo deriva un certo numero di conclusioni fondamentali. In effetti, le considerazioni che ho fatto mostrano con evidenza che il compito primario ed essenziale della cultura in generale e anche di ogni cultura, è l'educazione. L'educazione consiste in sostanza nel fatto che l'uomo divenga sempre più umano, che possa «essere» di più e non solamente che possa «avere» di più, e che, di conseguenza, attraverso tutto ciò che egli «ha», tutto ciò che egli «possiede», sappia sempre più pienamente, «essere» uomo. Per questo bisogna che l'uomo sappia «essere più» non solo «con gli altri», ma anche «per gli altri». L'educazione ha un'importanza fondamentale per la formazione dei rapporti interumani e sociali. A questo punto, tocco anche un insieme di assiomi, sul terreno dei quali le tradizioni del cristianesimo derivate dal Vangelo incontrano l'esperienza educativa di molti uomini ben disposti e profondamente saggi, tanto numerosi in tutti i secoli della storia. Non mancano neppure nella nostra epoca questi uomini che si rivelano grandi semplicemente per la loro umanità, che sanno dividere con gli altri, in particolare con i giovani. Nello stesso tempo, i sintomi di crisi di ogni genere, di fronte ai quali soccombono gli ambienti e le società, che, per altro verso, sono i più provveduti - crisi che investono prima di tutto le giovani generazioni - fanno a gara nel testimoniare che l'opera di educazione dell'uomo non si compie soltanto con l'aiuto delle istituzioni né solo con l'aiuto di mezzi organizzati e materiali, per quanto eccellenti siano. Essi mostrano anche che il più importante è sempre l'uomo, l'uomo e la sua autorità morale, che deriva dalla verità dei suoi principi e dalla conformità delle sue azioni con questi principi.

12. In quanto organizzazione mondiale di massima competenza in tutti i problemi della cultura, l'Unesco non può ignorare questi altri problemi assolutamente primordiali: che fare perché l'educazione dell'uomo si realizzi soprattutto nella famiglia? Quale è lo stato della moralità pubblica che assicurerà alla famiglia e soprattutto ai genitori, l'autorità morale necessaria a questo fine? Quale tipo d istruzione? Quale forma di legislazione sostiene questa autorità o, al contrario, l'indebolisce o la distrugge? Le cause di successo e di insuccesso nella formazione dell'uomo mediante la sua famiglia si situano sempre all'interno stesso dell'ambiente creatore fondamentale della cultura che è la famiglia ed anche a un livello superiore, quello della competenza dello Stato e dei suoi organi da cui esse restano dipendenti. Questi problemi non possono non provocare riflessione e sollecitudine nel foro dove si incontrano i rappresentanti qualificati dello Stato. Non c'è dubbio che il fatto culturale primario è fondamentale è l'uomo spiritualmente maturo, vale a dire pienamente educato, l'uomo capace di educare se stesso e di educare gli altri. Non c è dubbio neppure che la dimensione primaria e fondamentale della cultura è la sana moralità: la cultura morale.

13. Certo, si trovano in questo ambito numerosi problemi particolari, ma l'esperienza mostra che tutto resta e che questi problemi si situano in sistemi evidenti di dipendenza reciproca. Per esempio, nell'insieme del processo dell'educazione, dell'educazione scolastica in particolare, non è forse avvenuto uno spostamento unilaterale verso l'istruzione nel senso stretto della parola? Se si considerano le proporzioni assunte da questo fenomeno, come l'accrescimento sistematico dell'istruzione che si riferisce unicamente a ciò che l'uomo possiede, non è l'uomo stesso che si trova sempre più messo in ombra? Questo trascina allora con sé una vera alienazione dell'educazione: invece di operare in favore di ciò che l'uomo deve «essere», essa lavora unicamente in favore di ciò di cui l'uomo può servirsi nell'ambito dell'«avere», del «possesso». La tappa ulteriore di questa alienazione è di abituare l'uomo, privandolo della sua propria soggettività, ad essere oggetto di molteplici manipolazioni: le manipolazioni ideologiche o politiche che si fanno attraverso l'opinione pubblica; quelle che si operano attraverso il monopolio o il controllo, dalle forze economiche o dai poteri politici, dai mezzi di comunicazione sociale; la manipolazione, infine, che consiste nel presentare la vita come manipolazione specifica di se stessi. Sembra che da tali danni in materia di educazione siano minacciate soprattutto le società di civilizzazione tecnica più sviluppata. Queste società si trovano davanti la crisi specifica dell'uomo che consiste in una mancanza crescente di fiducia nei confronti della propria umanità, del significato del fatto d'essere uomo e dell'affermazione e della gioia che ne derivano e che sono sorgente di creazione. La civiltà contemporanea tenta d'imporre all'uomo una serie di imperativi apparenti che i loro portavoce giustificano ricorrendo al principio dello sviluppo e del progresso. Così, per esempio, al posto del rispetto della vita, l'«imperativo» di sbarazzarsi della vita e di distruggerla; al posto dell'amore, che è comunione responsabile di persone, l'«imperativo» del massimo di godimento sessuale al di fuori da ogni senso di responsabilità; al posto del primato della verità nell'azione, il «primato» del comportamento in voga, del soggettivo e del successo immediato. In tutto questo si esprime indirettamente una grande rinuncia sistematica alla sana ambizione che è l'ambizione di essere uomo. Non facciamoci illusioni: il sistema formato sulla base di questi falsi imperativi, di queste rinunce fondamentali, può determinare l'avvenire dell'uomo e l'avvenire della cultura.

14. Se, in nome dell'avvenire della cultura, bisogna proclamare che l'uomo ha il diritto di «essere» di più e se per la stessa ragione bisogna esigere un sano primato della famiglia nell'insieme dell'opera di educazione dell'uomo a una vera umanità, bisogna anche porre nella stessa linea il diritto della nazione; bisogna porre anch'essa alla base della cultura e dell'educazione. La nazione è in effetti la grande comunità degli uomini che sono uniti per diversi legami, ma, soprattutto, dalla cultura. La nazione esiste «mediante» la cultura e «per» la cultura, ed essa è dunque la grande educatrice degli uomini perché essi possano «essere di più» nella comunità. Essa è quella comunità che possiede una storia che sorpassa la storia dell'individuo e della famiglia. E' anche in questa comunità, in funzione della quale ogni famiglia educa, che la famiglia comincia la sua opera di educazione nella cosa più semplice, la lingua, permettendo così all'uomo che è ai suoi primi passi, d'imparare a parlare per diventare membro della comunità che è la sua famiglia e la sua nazione. In tutto ciò che io proclamo ora e che svilupperò ancora di più, le mie parole traducono un'esperienza particolare, una testimonianza nel suo genere. Io sono figlio di una nazione, che ha vissuto le più grandi esperienza della storia, che i suoi vicini hanno condannato a morte a più riprese, ma che è sopravvissuta e che è rimasta se stessa. Essa ha conservato la sua identità ed ha conservato, nonostante le spartizioni e le occupazioni straniere, la sua sovranità nazionale, non appoggiandosi sulle risorse della forza fisica, ma unicamente appoggiandosi sulla sua cultura. Questa cultura si è rivelata all'occorrenza d'una potenza più grande di tutte le altre forze. Quello che io dico qui in ordine al diritto della nazione, al fondamento della sua cultura e del suo avvenire non è «eco» di alcun nazionalismo, ma si tratta sempre di un elemento stabile dell'esperienza umana e delle prospettive umane dello sviluppo dell'uomo. Esiste una sovranità fondamentale della società che si manifesta nella cultura della nazione. Si tratta della sovranità per la quale, allo stesso tempo, l'uomo è supremamente sovrano. E quando mi esprimo così penso ugualmente, con un'emozione interiore profonda, alle culture di tanti popoli antichi che non hanno ceduto quando si sono trovati di fronte alle civiltà degli invasori ed esse restano ancora per l'uomo la fonte del suo «essere» uomo nella verità interiore della sua umanità. Penso anche con ammirazione alle culture delle nuove società, di quelle che si svegliano alla vita nella comunità della propria nazione - come la mia nazione si è svegliata alla vita dieci secoli fa - e che lottano per conservare la loro propria identità e i loro propri valori contro le influenze e le pressioni dei modelli preposti dall'esterno.

15. Indirizzandomi a voi, signore e signori che vi riunite in questo luogo da oltre trent'anni, ora, in nome del primato delle realtà culturali del luogo, delle comunità umane, dei popoli e delle nazioni, vi dico: vigilate, con tutti i mezzi a vostra disposizione, su questa sovranità fondamentale che possiede ogni nazione in virtù della sua propria cultura. Proteggetela come la pupilla dei vostri occhi per l'avvenire della grande famiglia umana. Proteggetela! Non permettete che questa sovranità fondamentale diventi la preda di qualche interesse politico o economico. Non permettete che diventi vittima dei totalitarismi, degli imperialismi o delle egemonie, per i quali l'uomo non conta che come oggetto di dominazione e non come soggetto della sua propria esistenza umana. Per essi anche la nazione - la loro propria nazione o le altre - non conta che come oggetto di dominazione ed esca di interessi diversi, e non come soggetto: il soggetto della sovranità che proviene dalla cultura autentica che le appartiene in proprio. Non ci sono forse sulla carta d'Europa e del mondo delle nazioni che hanno una meravigliosa sovranità storica che proviene dalla loro cultura e che sono tuttavia e allo stesso tempo private della loro piena sovranità? Non è questo un punto importante per l'avvenire delle cultura umana, importante soprattutto nella nostra epoca, quando è quanto urgente eliminare i resti del colonialismo?

16. Questa sovranità che esiste e che trae la sua origine dalla cultura propria della nazione e della società, dal primato della famiglia nell'opera dell'educazione ed infine dalla dignità personale di ogni uomo, deve restare il criterio fondamentale nella maniera di trattare quel problema importante per l'umanità d'oggi che è il problema dei mezzi di comunicazione sociale (dell'informazione che è loro legata e anche di ciò che si chiama la «cultura di massa»). Visto che questi mezzi sono i mezzi «sociali» della comunicazione, non possono essere mezzi di dominazione sugli altri da parte di agenti del potere politico come di quello delle potenze finanziarie che impongono il loro programma e il loro modello. Essi devono diventare il mezzo - e che mezzo importante! - di espressione di quella società che si serve di loro e che ne assicura anche l'esistenza. Essi devono tener conto dei veri bisogni di quella società. Essi devono tener conto della cultura della nazione e della sua storia. Devono rispettare la responsabilità della famiglia nell'ambito dell'educazione. Devono tener conto del bene dell'uomo, della sua dignità. Non possono essere sottomessi al criterio dell'interesse, del sensazionale e del successo immediato, ma tenendo conto delle esigenze dell'etica, devono servire alla costruzione di una vita «più umana».

17. «Genus humanum arte et ratione vivit». Si afferma in fondo che l'uomo è se stesso mediante la verità, e diventa sempre più se stesso mediante la conoscenza sempre più perfetta della verità. Vorrei qui rendere omaggio, signore e signori, a tutti i meriti della vostra organizzazione e nello stesso tempo all'impegno e a tutti gli sforzi degli Stati e delle istituzioni che voi rappresentate, sulla via della popolarizzazione della istruzione a tutti i gradi e a tutti i livelli, sulla via dell'eliminazione dell'analfabetismo che significa la mancanza di ogni istruzione anche la più elementare, mancanza dolorosa non solo dal punto di vista della cultura elementare degli individui e degli ambienti, ma anche dal punto di vista del progresso socio-economico. Ci sono degli indici inquietanti di ritardo in questo ambito, legati ad una distribuzione dei beni spesso radicalmente ineguale e ingiusta: pensiamo alle situazioni nelle quali esistono, accanto ad una oligarchia plutocratica poco numerosa, moltitudini di cittadini affamati che vivono nella miseria. Questo ritardo può essere eliminato non per la via di lotte sanguinarie per il potere, ma soprattutto per la via dell'alfabetizzazione sistematica attraverso la diffusione e la popolarizzazione dell'istruzione. Uno sforzo così orientato è necessario se si desidera operare per i cambiamenti che s'impongono nell'ambito socio-economico. L'uomo che «è più» grazie anche a ciò che «ha» e a ciò che «possiede», deve saper possedere, vale e dire disporre e amministrare i mezzi che possiede, per il suo bene proprio e per il bene comune. Per questo fine l'istruzione è indispensabile.

18. Il problema dell'istruzione è sempre stato strettamente legato alla missione della Chiesa. Nel corso dei secoli essa ha fondato scuole di ogni grado; ha dato i natali alle università medievali in Europa: a Parigi come a Bologna, a Salamanca come a Heidelberg, a Cracovia come a Lovanio. Nella nostra epoca, essa offre pure lo stesso contributo ovunque la sua attività in questo ambito è richiesta e rispettata. Che mi sia permesso di rivendicare in questo luogo per le famiglie cattoliche il diritto che appartiene a tutte le famiglie di educare i loro figli nelle scuole che corrispondono alla loro visione del mondo, ed in particolare lo stretto diritto dei genitori credenti a non vedere i loro figli sottoposti, nelle scuole, a programmi ispirati all'ateismo. Si tratta in effetti di diritti fondamentali dell'uomo e della famiglia.

19. Il sistema d'insegnamento è legato organicamente al sistema dei diversi orientamenti dati al modo di praticare e di rendere popolare la scienza. Fatto a cui servono gli istituti di insegnamento ad alto livello, le università ed anche, visto lo sviluppo attuale della specializzazione e dei metodi scientifici, gli istituti specializzati. Si tratta di istituzioni di cui sarebbe difficile parlare senza un'emozione profonda. Esse sono le banche del lavoro, presso le quali la vocazione dell'uomo alla conoscenza, come il legame costitutivo dell'umanità con la verità come scopo della conoscenza, diventano una realtà quotidiana, in un certo senso il pane quotidiano di tanti insegnanti, corifei venerati della scienza e, attorno a loro, di giovani ricercatori votati alla scienza e alle sue applicazioni, come pure della moltitudine di studenti che frequentano questi centri della scienza e della conoscenza. Noi ci troviamo a questo punto come sui gradini più alti della scala che l'uomo, dopo l'inizio, sale verso la conoscenza della realtà del mondo che lo circonda e verso quella del mistero della sua umanità. Questo processo storico ha raggiunto nella nostra epoca delle possibilità prima sconosciute; esso ha aperto all'intelligenza umana degli orizzonti finora insospettati. Sarebbe difficile entrare a questo punto nel dettaglio perché, sul cammino della conoscenza, gli orientamenti della specializzazione sono tanto numerosi come è ricco lo sviluppo della scienza.

20. La vostra organizzazione è un luogo di incontro, d'un incontro che ingloba nel suo ampio seno tutto l'ambito tanto essenziale della cultura umana. Questo auditorio è quindi il luogo più indicato per salutare tutti gli uomini di scienza e di rendere omaggio particolarmente a coloro che sono qui presenti e che hanno ottenuto per il loro lavoro il più alto riconoscimento e i più eminenti meriti mondiali. Mi sia permesso di esprimere loro i più sinceri auguri che, non dubito, raggiungeranno il pensiero e il cuore dei membri di questa augusta assemblea. Tanto ci edifica nel lavoro scientifico - ci edifica ed anche ci allieta profondamente - questa marcia della conoscenza disinteressata della verità che lo scienziato serve con la massima dedizione e talvolta a rischio della salute e perfino della vita, altrettanto deve preoccuparci tutto ciò che contraddice i principi di disinteresse e di oggettività, tutto ciò che farebbe della scienza uno strumento per conseguire fini che non hanno niente a vedere con essa. Sì, noi dobbiamo preoccuparci di tutto ciò che propone e presuppone solo scopi non scientifici esigendo uomini di scienza che si mettano a loro servizio senza permettere loro di giudicare e di decidere, in tutta indipendenza di spirito, dell'onestà umana ed etica di tali scopi o minacciandoli di portarne le conseguenze quando essi si rifiutano di contribuire. Questi scopi non scientifici di cui parlo, questo problema che pongo hanno bisogno di prove o di commenti? Voi sapete a che cosa mi riferisco; basti alludere al fatto che fra coloro che furono citati davanti ai tribunali internazionali alla fine dell'ultima guerra mondiale, vi furono anche uomini di scienza. Signore e signori, vi prego di perdonarmi queste parole, ma io non sarei fedele ai doveri del mio incarico se non le pronunciassi, non per tornare sul passato, ma per difendere l'avvenire della scienza e della cultura umana; più ancora per difendere l'avvenire dell'uomo e del mondo! Penso che Socrate, che, nella sua rettitudine poco comune, ha potuto sostenere che la scienza è allo stesso tempo virtù morale, dovrebbe respingere la sua certezza se potesse considerare le esperienze del nostro tempo.

21. Ci rendiamo conto, signore e signori, che l'avvenire dell'uomo e del mondo è minacciato, radicalmente minacciato, a dispetto delle intenzioni, certamente nobili, dell'uomo di cultura, dell'uomo di scienza. Ed è minacciato perché i meravigliosi risultati delle sue ricerche e delle sue scoperte, soprattutto nell'ambito delle scienze della natura, sono state e continuano ad essere utilizzate - a pregiudizio dell'imperativo etico - per dei fini che non hanno niente a che vedere con le esigenze della scienza e perfino a fini di distruzione e di morte, e questo ad un grado mai conosciuto fino ad oggi, causando dei danni veramente inimmaginabili. Allorché la scienza è chiamata ad essere al servizio della vita dell'uomo, si constata troppo sovente che essa è asservita a scopi che sono distruttori della vera dignità dell'uomo e della vita umana. E' il caso della ricerca scientifica quando è orientata verso questi scopi o quando i suoi risultati sono applicati a fini contrari al bene dell'umanità. Questo si verifica tanto nell'ambito della manipolazione genetica e della sperimentazione biologica che in quello degli armamenti chimici, batteriologici e nucleari. Due considerazioni mi guidano a sottoporre particolarmente alla vostra riflessione la minaccia nucleare che pesa sul mondo d'oggi e che, se non è scongiurata, potrebbe condurre alla distruzione dei frutti della cultura, dei prodotti della civiltà elaborati attraverso i secoli da generazioni successive di uomini che hanno creduto nel primato dello spirito e che non hanno risparmiato né i loro sforzi né le loro fatiche. La prima considerazione è questa. Ragioni geopolitiche, problemi economici di dimensione mondiale, terribili incomprensioni, orgogli nazionali feriti, il materialismo della nostra epoca e la decadenza dei valori morali hanno condotto il nostro mondo ad una situazione d'instabilità, a un equilibrio fragile, che rischia d'esser distrutto da un momento all'altro in seguito ad errori di giudizio, d'informazione o d'interpretazione. Un'altra considerazione si aggiunge a questa inquietante prospettiva. Si può, ai nostri giorni, essere ancora sicuri che la rottura dell'equilibrio non porterà alla guerra e a una guerra che non esiterebbe a ricorrere alle armi nucleari? Fino ad oggi si è detto che le armi nucleari hanno costituito una forza di dissuasione che ha impedito lo scoppio di una guerra più grande, ed è probabilmente vero. Ma ci si può nello stesso tempo chiedere se sarà sempre così. Le armi nucleari di qualsiasi ordine di grandezza o di qualsiasi tipo siano, si perfezionano ogni anno di più e si aggiungono all'arsenale di un numero crescente di paesi. Come si potrà essere sicuri che l'uso delle armi nucleari, anche ai fini di difesa nazionale o in conflitti limitati, non trascinerà con sé una scalata inevitabile portando a una distruzione che l'umanità non potrà mai né prendere in considerazione, né accettare? Ma non è a voi, uomini di scienza e di cultura, che devo domandare di non chiudere gli occhi su ciò che una guerra nucleare può rappresentare per l'umanità intera (cfr. Ioannis Pauli PP. II «Homilia Calendis Ianuariis habita, die paci fovendae terdecies dicato», die 1 ian. 1980: vide «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III,1 [1980] 3ss)

22. Signore e signori, il mondo non potrà proseguire a lungo su questa via. All'uomo che ha preso coscienza della situazione e della posta in gioco, che si ispira anche al senso elementare delle responsabilità che incombono a ciascuno, una convinzione s'impone, che è allo stesso tempo un'imperativo morale: bisogna mobilitare le coscienze! Bisogna aumentare gli sforzi delle coscienze umane nella misura della tensione tra il bene e il male alla quale sono sottoposti gli uomini alla fine del XX secolo. Bisogna convincersi della priorità dell'etica sulla tecnica, del primato della persona sulle cose, della superiorità dello spirito sulla materia (cfr. Ioannis Pauli PP II « Redemptor Hominis », 16). La causa dell'uomo sarà servita se la scienza si allea alla coscienza. L'uomo di scienza aiuterà veramente l'umanità se conserverà il «senso della trascendenza dell'uomo sul mondo e di Dio sull'uomo» (Ioannis Pauli PP. II «Allocutio in Aula Regia Palatii Vaticani habita, occasione oblata saeculi expleti ab obitu Alberti Einstein», 4, die 10 nov. 1979: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II,2 [1979] 1109). Così, cogliendo l'occasione della mia presenza oggi nella sede dell'Unesco io, figlio dell'umanità e Vescovo di Roma, mi indirizzo direttamente a voi, uomini di scienza, a voi che siete qui riuniti, a voi che siete le più alte autorità in tutti gli ambienti della scienza moderna. E mi indirizzo, attraverso voi, ai vostri colleghi e amici di tutti i paesi e di tutti i continenti.

Mi indirizzo a voi in nome di questa terribile minaccia che pesa sull'umanità e, allo stesso tempo, in nome dell'avvenire e del bene di questa umanità del mondo intero. E vi supplico: dispieghiamo tutti gli sforzi per instaurare e rispettare, in tutti gli ambiti della scienza, il primato dell'etica. Dispieghiamo soprattutto i nostri sforzi per preservare la famiglia umana dall'orribile prospettiva della guerra nucleare! Ho toccato questo argomento davanti all'assemblea generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, a New York il 2 ottobre dell'anno scorso. Ne parlo oggi a voi. Mi indirizzo alla vostra intelligenza e al vostro cuore, al di sopra delle passioni, delle ideologie e delle frontiere. Mi indirizzo a tutti coloro che, per il loro potere politico o economico, potrebbero essere e sono sovente condotti ad imporre agli uomini di scienza le condizioni del loro lavoro e il loro orientamento. Mi indirizzo prima di tutto ad ogni uomo di scienza individualmente e a tutta la comunità scientifica internazionale. Tutti insieme voi siete una potenza enorme: la potenza delle intelligenze e delle coscienze! Mostratevi più potenti dei più potenti del nostro mondo contemporaneo! Decidetevi a dar prova della più nobile solidarietà con l'umanità: quella che è fondata sulla dignità della persona umana. Costruite la pace cominciando dal fondamento: il rispetto di tutti i diritti dell'uomo, quelli che sono legati alla sua dimensione materiale ed economica come quelli che sono legati alla dimensione spirituale e interiore della sua esistenza in questo mondo.

Possa ispirarvi la saggezza. Possa guidarvi l'amore, quell'amore che soffocherà la minaccia crescente dell'odio e della distruzione! Uomini di scienza, impegnate tutta la vostra autorità morale per salvare l'umanità dalla distruzione nucleare.

23. Mi è stato dato di realizzare oggi uno dei desideri più vivi del mio cuore. Mi è stato dato di entrare, proprio qui, all'interno dell'areopago che è quello del mondo intero. Mi è stato dato di dire a voi tutti, membri della Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, a voi che lavorate per il bene e per la riconciliazione degli uomini e dei popoli attraverso tutti gli ambiti della cultura, dell'educazione, della scienza e dell'informazione, di dirvi e di gridarvi dal fondo dell'anima: Sì! l'avvenire dell'uomo dipende dalla cultura! Sì! la pace del mondo dipende dal primato dello spirito. Sì! l'avvenire pacifico dell'umanità dipende dall'amore. Il vostro contributo personale, signore e signori, è importante, è vitale. Esso si attua nell'approccio corretto dei problemi, alla soluzione dei quali consacrate il vostro servizio. La mia parola finale è questa: Non cessate. Continuate. Continuate sempre. top ^

IL SENTIMENTO DELLE COSE, LA CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA

del cardinale Joseph Ratzinger

 

      Ogni anno, nella liturgia delle ore del tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che si trova nei vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, l'una accanto all'altra, ci sono due antifone, una per il tempo di Quaresima, l'altra per la settimana santa. Entrambe introducono il salmo 44, ma ne anticipano una chiave interpretativa del tutto contrapposta. È il salmo che descrive le nozze del re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un'esaltazione della sposa. Nel tempo di Quaresima il salmo ha per cornice la stessa antifona che viene utilizzata per tutto il restante periodo dell'anno. È il terzo verso del salmo che recita: «Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia».

      È chiaro che la Chiesa legge questo salmo come rappresentazione poetico-profetica del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa. Riconosce Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra indica la bellezza interiore della Sua parola, la gloria del Suo annuncio. Così, non è semplicemente la bellezza esteriore dell'apparizione del Redentore ad essere glorificata: in Lui appare piuttosto la bellezza della Verità, la bellezza di Dio stesso che ci attira a sé e allo stesso tempo ci procura la ferita dell'Amore, la santa passione ( eros ) che ci fa andare incontro, insieme alla e nella Chiesa Sposa, all'Amore che ci chiama. Ma il lunedì della settimana santa la Chiesa cambia l'antifona e ci invita a leggere il salmo alla luce di Is 53,2: «Non ha bellezza né apparenza; l'abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore». Come si concilia ciò? Il «più bello tra gli uomini» è misero d'aspetto tanto che non lo si vuol guardare. Pilato lo presenta alla folla dicendo «Ecce homo» onde suscitare pietà per l'Uomo sconvolto e percosso al quale non è rimasta alcuna bellezza esteriore. Agostino, che nella sua giovinezza scrisse un libro sul bello e sul conveniente e che apprezzava la bellezza nelle parole, nella musica, nelle arti figurative, percepì assai fortemente questo paradosso e si rese conto che in questo passo la grande filosofia greca del bello non veniva semplicemente rigettata, ma piuttosto messa drammaticamente in discussione: che cosa sia bello, che cosa la bellezza significhi avrebbe dovuto essere nuovamente discusso e sperimentato.
      Riferendosi al paradosso contenuto in questi testi egli parlava di «due trombe» che suonano in contrapposizione e pur tuttavia ricevono i loro suoni dal medesimo soffio, dallo stesso Spirito. Egli sapeva che il paradosso è una contrapposizione, ma non una contraddizione. Entrambe le citazioni provengono dallo stesso Spirito che ispira tutta la Scrittura, il quale però suona in essa con note differenti e, proprio in questo modo, ci pone di fronte alla totalità della vera Bellezza, della Verità stessa. Dal testo di Isaia scaturisce innanzitutto la questione, di cui si sono occupati i Padri della Chiesa, se Cristo fosse dunque bello oppure no. Qui si cela la questione più radicale se la bellezza sia vera, oppure se non sia piuttosto la bruttezza a condurci alla profonda verità del reale. Chi crede in Dio, nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocifisso come amore «sino alla fine» ( Gv 13,1) sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli apprende anche che la bellezza della verità comprende offesa, dolore e, sì, anche l'oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell'accettazione del dolore, e non nell'ignorarlo.
       
      Una prima consapevolezza del fatto che la bellezza abbia a che fare anche con il dolore è senz'altro presente anche nel mondo greco. Pensiamo, per esempio, al Fedro di Platone. Platone considera l'incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire l'uomo da se stesso, lo «entusiasma» attirandolo verso altro da sé. L'uomo, così dice Platone, ha perso la per lui concepita perfezione dell'Origine. Ora egli è perennemente alla ricerca della forma primigenia risanatrice. Ricordo e nostalgia lo inducono alla ricerca, e la bellezza lo strappa fuori dall'accomodamento del quotidiano. Lo fa soffrire. Noi potremmo dire, in senso platonico, che lo strale della nostalgia colpisce l'uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette le ali, lo innalza verso l'alto. Nel discorso di Aristofane del Simposio si afferma che gli amanti non sanno ciò che veramente vogliono l'uno dall'altro. È al contrario evidente che le anime di entrambi sono assetate di qualcos'altro che non sia il piacere amoroso. Questo “altro” però l'anima non riesce a esprimerlo, «ha solamente una vaga percezione di ciò che veramente essa vuole e ne parla a se stessa come un enigma». Nel XIV secolo, nel libro sulla vita di Cristo del teologo bizantino Nicolas Kabasilas si ritrova questa esperienza di Platone, nella quale l'oggetto ultimo della nostalgia continua a rimanere senza nome, trasformato dalla nuova esperienza cristiana.

      Kabasilas afferma: «Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all'uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L'ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l'intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo».

      
      La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l'uomo al suo Destino ultimo. Ciò che afferma Platone e, più di 1500 anni dopo, Kabasilas non ha nulla a che fare con l'estetismo superficiale e con l'irrazionalismo, con la fuga dalla chiarezza e dall'importanza della ragione. Bellezza è conoscenza, certamente, una forma superiore di conoscenza poiché colpisce l'uomo con tutta la grandezza della verità. In ciò Kabasilas è rimasto interamente greco, in quanto egli pone la conoscenza all'inizio. «Origine dell'amore è la conoscenza», egli afferma, «la conoscenza genera l'amore». «Occasionalmente» così prosegue «la conoscenza potrebbe essere talmente forte da sortire allo stesso tempo l'effetto di un filtro d'amore». Egli non lascia questa affermazione in termini generali. Com'è caratteristico del suo pensiero rigoroso, egli distingue due tipi di conoscenza: la conoscenza attraverso l'istruzione che rimane conoscenza, per così dire, «di seconda mano» e non implica alcun contatto diretto con la realtà stessa. Il secondo tipo, al contrario, è conoscenza attraverso la propria esperienza, attraverso il rapporto con le cose. «Quindi, fintanto che noi non abbiamo fatto esperienza di un essere concreto, non amiamo l'oggetto così come esso dovrebbe essere amato».

      La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della Bellezza che ferisce l'uomo, essere toccati dalla realtà, «dalla personale Presenza di Cristo stesso» come egli dice. L'essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale. Non dobbiamo certo sottovalutare il significato della riflessione teologica, del pensiero teologico esatto e rigoroso: esso rimane assolutamente necessario. Ma da qui, disdegnare o respingere il colpo provocato dalla corrispondenza del cuore nell'incontro con la Bellezza come vera forma della conoscenza, ci impoverisce e inaridisce la fede, così come la teologia. Noi dobbiamo ritrovare questa forma di conoscenza, è un'esigenza pressante del nostro tempo.
       
      A partire da questa concezione Hans Urs von Balthasar ha edificato il suo opus magnum dell'estetica teologica, della quale molti dettagli sono stati recepiti nel lavoro teologico, mentre la sua impostazione di fondo, che costituisce veramente l'elemento essenziale del tutto, non è stata affatto accolta. Questo non è, beninteso, semplicemente solo, o meglio, non è principalmente un problema della teologia, ma anche della pastorale che deve nuovamente favorire l'incontro dell'uomo con la bellezza della fede. Gli argomenti cadono così spesso nel vuoto perché nel nostro mondo troppe argomentazioni contrapposte concorrono le une con le altre, tanto che all'uomo viene spontaneo il pensiero, che i teologi medievali avevano così formulato: la ragione «ha un naso di cera», ossia la si può indirizzare, se solo si è abbastanza abili, nelle più svariate direzioni. Tutto è così assennato, così convincente, di chi dobbiamo fidarci? L'incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l'anima ed in questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l'anima, a partire dall'esperienza, ha dei criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti. Resta per me un'esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico Hanselmann. Quando l'ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l'uno all'altro e altrettanto spontaneamente ci dicemmo: «Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera». In quella musica era percepibile una forza talmente straordinaria di Realtà presente da rendersi conto, non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l'urto del cuore, che ciò non poteva avere origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della Verità che si attualizza nell'ispirazione del compositore. E la stessa cosa non è forse evidente quando ci lasciamo commuovere dall' Icona della Trinità di Rublëv? Nell'arte delle icone, come pure nelle grandi opere pittoriche occidentali del romanico e del gotico, l'esperienza descritta da Kabasilas, partendo dall'interiorità, si è resa visibile e partecipabile. Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l'icona presupponga. L'icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un «digiuno della vista». La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l'artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la «gloria di Dio sul volto di Cristo» ( 2Cor 4,6). Ammirare le icone, e in generale i grandi quadri dell'arte cristiana, ci conduce per una via interiore, una via del superamento di sé e quindi, in questa purificazione dello sguardo, che è una purificazione del cuore, ci rivela la Bellezza, o almeno un raggio di essa.
      Proprio così essa ci pone in rapporto con la forza della verità. Io ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i santi, dall'altro la bellezza che la fede ha generato. Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i santi, a entrare in contatto con il Bello.

      Ora però dobbiamo rispondere ancora ad un'obiezione. Abbiamo già respinto l'affermazione secondo cui quanto finora sostenuto sarebbe una fuga nell'irrazionale, nel mero estetismo. È vero piuttosto l'opposto: proprio così la ragione viene liberata dal suo torpore e resa capace di azione. Maggior peso ha oggi un'altra obiezione: il messaggio della bellezza viene messo completamente in dubbio attraverso il potere della menzogna, della seduzione, della violenza, del male. Può la bellezza essere autentica, oppure, alla fine, non è che un'illusione? La realtà non è forse in fondo malvagia? La paura che, alla fine, non sia lo strale del bello a condurci alla verità, ma che la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà” ha angosciato gli uomini in ogni tempo. Nel presente ha trovato espressione nell'affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto fare poesia, dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov'era finito Dio quando funzionavano i forni crematori? Ora questa obiezione, per la quale esistevano motivi sufficienti ancora prima di Auschwitz, in tutte le atrocità della storia, indica in ogni caso che un concetto puramente armonioso di bellezza non è sufficiente. Non regge il confronto con la gravità della messa in discussione di Dio, della verità, della bellezza. Apollo, che per il Socrate di Platone era «il Dio» e il garante della imperturbata bellezza come «il veramente divino», non basta assolutamente più. In questo modo ritorniamo alle «due trombe» della Bibbia dalle quali eravamo partiti, al paradosso per cui di Cristo si può dire sia «Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo», sia «Non ha apparenza né bellezza… il suo volto è sfigurato dal dolore». Nella passione di Cristo l'estetica greca, così degna di ammirazione per il suo presentito contatto con il divino, che pure le resta indicibile, non viene rimossa, bensì superata. L'esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l'autentica, estrema bellezza: la bellezza dell'amore che arriva «sino alla fine» e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l'ultima istanza del mondo. Non la menzogna è «vera», bensì proprio la Verità. È per così dire un nuovo trucco della menzogna presentarsi come «verità» e dirci: al di là di me non c'è in fondo nulla, smettete di cercare la verità o addirittura di amarla; così facendo siete sulla strada sbagliata. L'icona di Cristo crocifisso ci libera da questo inganno oggi dilagante.
      Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a Lui e crediamo all'Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della Bellezza.

La menzogna conosce comunque anche un altro stratagemma: la bellezza mendace, falsa, una bellezza abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell'estasi dell'innalzarsi verso l'alto, bensì li imprigiona totalmente in se stessi. È quella bellezza che non risveglia la nostalgia per l'Indicibile, la disponibilità all'offerta, all'abbandono di sé, ma ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di piacere. È quel tipo di esperienza della bellezza di cui la Genesi parla nel racconto del peccato originale: Eva vide che il frutto dell'albero era «bello» da mangiare ed era «piacevole all'occhio». La bellezza, così come ne fa esperienza, risveglia in lei la voglia del possesso, la fa ripiegare per così dire su se stessa. Chi non riconoscerebbe, ad esempio nella pubblicità, quelle immagini che con estrema abilità sono fatte per tentare irresistibilmente l'uomo ad appropriarsi di ogni cosa, a cercare il soddisfacimento del momento anziché l'aprirsi ad altro da sé? Così l'arte cristiana si trova oggi (e forse già da sempre) tra due fuochi: deve opporsi al culto del brutto il quale ci dice che ogni altra cosa, ogni bellezza è inganno e solo la rappresentazione di quanto è crudele, basso, volgare, sarebbe la verità e la vera illuminazione della conoscenza. E deve contrastare la bellezza mendace che rende l'uomo più piccolo, anziché renderlo grande e che, proprio per questo, è menzogna.

     
      Chi non conosce la frase tante volte citata di Dostoevskij: «La Bellezza ci salverà»? Ci si dimentica però nella maggior parte dei casi di ricordare che Dostoevskij intende qui la bellezza redentrice di Cristo. Dobbiamo imparare a vederLo. Se noi Lo conosciamo non più solo a parole ma veniamo colpiti dallo strale della sua paradossale bellezza, allora facciamo veramente la Sua conoscenza e sappiamo di Lui non solo per averne sentito parlare da altri. Allora abbiamo incontrato la bellezza della Verità, della Verità redentrice. Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo del bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria Luce.

Messaggio al XXIII Meeting per l'amicizia fra i popoli, (Rimini, 21 agosto 2002) top ^

 
 
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